Abbassati la pressione

Stanza soleggiata e calda. Circa mezzogiorno e due bicchierini di grappa.

Sono seduta su un divano un pelino troppo liscio infatti scivolo in giù con il sedere. Mi fisso spesso a guardare cose a caso, come i gatti. L’oggetto del momento è una tazzina del caffè impilata sopra altre tazzine del caffè in una credenza fin troppo ordinata. Non ci sono i termosifoni e l’aria esce calda da dei bocchettoni sul soffitto muovendo la polvere che mi fa starnutire e distogliere per un attimo l’attenzione dalla tazzina del caffè. Sulle ginocchia ho il libro col segno e di fianco il taccuino nero dove c’è un po’ di tutto. Tranne le date e i giorni della settimana infatti odio le agende e il tempo che passa lasciamolo contare agli altri.

Ho il battito cardiaco accelerato. Per questa questione si dipanano due vie, da una parte può esserci l’ansia dall’altra la pressione bassa. Se le due cose si combinano però viene fuori un casino con il cuore che pompa troppo e io che mi nascondo sotto il piumone. Allora rifletto un attimo. Tiro su il libro e leggo un paragrafo. Mi mantengo nel frattempo idratata e poi ritorno a fissare un punto. Ora è la faccia di Sgarbi sull’inserto del Corriere. È poggiato li sul tavolino. Fa caldo però un po’ ho freddo.

Non capisco tutte queste persone che escono si preparano fanno cose per prepararne altre e si stringono le mani e i contesti social man mano che invecchi diventano sempre più ampi e le interazioni si intrecciano si ingarbugliano tra mille lessici e sintassi differenti e tu ad un certo punto perdi il capo di tutto. Allora rotoli nel casino e ti ingarbugli pure tu. Altra boccata d’acqua.  Stai idratata perché altrimenti la pressione si abbassa, ma anche l’ansia si alza. Insomma, è sempre difficile distinguere le due cose, soprattutto se aspetti che succeda qualcosa che potrebbe anche non succedere. Allora stai lì, fuori è brumoso ma c’è il sole e aspetti il lunedì.

È sempre tutto ingarbugliato. Le situazioni sociali mi mettono in ansia. È come se il mio io si sdoppiasse e ci fosse una sorta di dissonanza tra ciò che ho intorno e quello che voglio comunicare. Gli scambi non equivalenti, anche se non lo sono quasi mai, equivalenti, mi lasciano un senso di ingiustizia addosso. Vorrei poter cancellare tante cose e tante costruzioni. Eliminare l’incastro di mattoncini e ogni volta che mi sposto iniziare daccapo tutto quanto.

Eh, no invece. Col cavolo! Ti devi sempre trascinare dietro tutto. Ti metti di fronte a una scelta, poi ad un’altra; una che poi si trasforma in mille. L’unico modo per vivere è andare in avanti, unica direzione disponibile. Se si comincia a pensare ad altre direzioni allora impazzisci. È così che finisci in psichiatria perché calcoli altre direzioni che non siano il senso unico che conduce poi alla fine di tutto. Ed è proprio nel senso unico che devi lottare perché ogni minuto di ogni ora delle ventiquattro disponibili al giorno valga qualcosa. E allora spingi e ti dici che i progetti che porti avanti, ciò che costruisci e impari possa servire a qualcosa. Conoscevo una persona morta prima della mia nascita che venne seppellita con una copia di Pinocchio e un sacchetto di terra da Assisi. Prima aveva registrato un sacco di cassette perché i suoi figli dopo la sua morte continuassero ad apprezzare l’arte e la letteratura. Ma per me la morte di qualcuno non può inficiare la vita di un altro perché devi insegnar lui anche dopo morto. Che incubo. A quel punto rimangono i ricordi e poi te la devi cavare da solo. Con i ricordi. Ci sono le parole e le ingiustizie. Ci sono delle cose che avresti voluto sentire e altre che alla fine erano solo tempo sprecato.

Che caldo. Però se vado in terrazzo a fumare una sigaretta e guardo il sole mi sento che mi si alza un attimo il fattore termostatico e il mio cervello prende aria. È tutto un po’ troppo soffocante. L’attesa del precariato è logorante, trovare ogni secondo una ragione per compiere un’azione è stressante. Prendere la bici e pedalare per dovere, mi uccide i nervi. Io il senso del dovere lo vorrei bandire. Ha rovinato un sacco di generazioni, il senso del dovere. Ha rovinato me. Ti mette i paraocchi e tutto quello che comprende il panorama lungo la tua strada dritta verso la fossa o l’inceneritore diventa solo un acciottolato su cui camminare a testa bassa. Tutto nero con le orecchie tappate.

Orecchie tappate e luccichio degli occhi, delle faville. Allora li chiudo. So che è pressione bassa. Ma con la gente non ne posso più di parlare. Anche se il termine “gente” e abbastanza generalista. A volte mi chiedo se mi confronto abbastanza con altri esseri umani o mi sto rinchiudendo nell’autoreferenzialità. Però non lo faccio perché penso di essere meglio, anzi penso sempre di essere peggio e penso sempre al peggio. Chi sono io con le mie opinioni o quello che so per essere meglio di un altro? Spesso mi sento dire che devo farmi i fatti miei; sento cose, voglio partecipare ad una discussione, ma poi si scopre che sono sempre fuori luogo. Allora quell’ingarbugliamento mi da sempre più fastidio. Continuare a pensare a cosa pensano gli altri tuoi prossimi, a come si comportano e come ti devi comportare tu. Perché è bello sentirsi dire che non esiste giusto o sbagliato, ma invece esiste giusto o sbagliato perché nessuno riesce a pensare in modo relativo. Allora ti impacchettano in una scatola con un’etichetta e cosi rimani finché non se la ricordano il giorno delle pulizie di primavera. A quel punto o la si butta o si può pensare di cambiare etichetta.

È difficile spesso non poter parlare con nessuno per un sacco di ore, giorni. Talvolta se non si hanno radici si perde il concetto di prossimità fisica. Ma è davvero così utile? Ti basta una chiamata o magari ogni tanto serve pure una birra e un po’ di parole in compagnia? Cerchi delle istruzioni, capire come funzionano gli altri, capire come funzioni tu. Tu da solo o in funzione del resto al di fuori del tuo spazio? E se cominci a perdere lo spazio? Tutto diventa vuoto. Un accumularsi di emozioni confuse e piene di refusi, chiuse e grezze; che complicano ancora di più l’ingarbugliamento della matassa sociale. Ogni persona è un insieme di tanti fattori, una formazione di vari saperi e per capire come la formazione sia stata creata serve tanto silenzio. serve molta calma e molta pazienza. Non è facile convivere tra ingarbugliamenti collegati tra loro, seppur a volte da un filo sottile.

La solitudine è utile come valore fattuale perché è come ribattere l’ardito convincimento che ce la si possa fare con le sole proprie forze. Ciò non vuol per forza tradursi in un completo distacco dai contesti sociali, quanto piuttosto un equilibrio che permetta all’umano, consapevole di essere umano, di stabilire un bilanciamento tra sé stesso e i suoi bisogni come singolo per poterli innestare in un contesto di collettività in modo da riuscire a vivere una vita che comprenda la reciprocità e il confronto, in un mondo che non può non essere che assolutamente relativistico. Questo a parole sembra una sacrosanta verità, una cosa facile e di buon senso. Ma non lo è per nulla, se si pensa a quanta poca libertà di espressione ci è concessa. Tutte scatole ammassate, etichettate e impolverate. Idee stantie e ferme. Il cervello ha bisogno di stimoli altrimenti diventa isterico e non sa dove mettere le sue energie e le sue idee, ma si scontra con il tempo, con i giudizi e con verità inespresse che hanno presunzione di assolutismo. Allora in background diventa iperattivo tanto da portare ad un annichilente e svilente esplosione.

Perché allora cercare il confronto? Molto spesso la paura ti frega, la pressione si abbassa e l’ansia si alza. Sai che un ingranaggio ha bisogno di essere oliato. Smetto di fissare la tazzina nella credenza e mi bevo un’altra sorsata d’acqua.