Cabaret Notturno

Il telefono ha squillato nel preciso istante in cui ho infilato le gambe sotto al lenzuolo. Ho lasciato cadere la testa all’indietro, accompagnata da un paio di imprecazioni, prima di controllare lo schermo. Lo sapevo. Da quando Marta è tornata a Berlino, Leo ha ripreso a frequentare i bar più scrausi della città, dove facevamo mattina quando avevamo vent’anni. La cosa positiva è che – per imposizione - lo fa solo il venerdì, quella negativa è che inizia bevendo campari e vino bianco prima del tramonto e quando rientra a casa, intorno a mezzanotte, ogni oggetto sembra amplificare le assenze. Con metodica ritualità Leo sfila le scarpe all’ingresso, sfiora i tasti del pianoforte accennando una melodia, si stende sul divano bianco e trascorre un paio d’ore fissando la mappa terrestre appesa in salotto, ripercorrendo ogni viaggio, fino a quando l’offuscamento lascia spazio alla malinconia. A quel punto, mi chiama.

-Dimmi.

-Andiamo a fare un giro in moto?

-Ma sei scemo? Sono le due. 

Alle 2.24 i miei pantaloni in lino svolazzano alla brezza notturna. Fatico a stare sveglia, tutte le mie energie servono a tenere la testa dritta per evitare di sbattere ripetutamente il casco contro quello di Leo. 

Vista dai colli, la città, si trasforma in oceano. Le luci dei lampioni diventano tremolanti riflessi sull’acqua quieta. Stringo più forte la sua pancia sotto il giubbino leggero, l’aria fresca di giugno inasprisce l’odore della pelle misto ad alcol. Ci fermiamo alla solita curva, dove lo strapiombo mi fa girare la testa, ma –  guardando avanti - quel mare immaginario sembra non avere orizzonte. 

Leo è la relazione più lunga della mia vita: da quando fingemmo un improvviso virus intestinale per saltare il test di latino e ci nascondemmo nell’aula di musica. Ci sono volte in cui, corrispondere alle aspettative di un amico, non è facile come improvvisare un cabaret silenziato. Quando hai più di trent’anni, per esempio, uscire di casa in piena notte è una gran rottura di palle. 

-Vorrei una macchina per cancellare i ricordi. 

-Non è un film. Puoi rivalutarli, o costruirne di nuovi.

-Mi sono stancato di pensare sempre alle stesse cose.

-Passerà e basta, come dopo una vomitata. 

-Non credo che domani starò meglio.

-Domani no, ma prima o poi ti accorgerai di non averci più pensato. 

-Ossimoro.

-Che stress! Intendo: ti accorgerai che non è stato il primo pensiero al risveglio e nemmeno l’ultimo prima di andare a dormire. Meglio?

-Non vedo l’ora. 

- Andiamo a dormire?

-Mi fai il cabaret?