Crash

Albeggia, i primi riflessi dorati sulle finestre, sui muri le ombre lunghe e sfuocate. Spingo la mia vecchia bicicletta arrugginita sul letto croccante di foglie, dipinto di tutte le sfumature dell’ocra, del marrone e del rosso più tenue. Le foglie caduche dei noccioli e delle querce si mescolano sui marciapiedi lastricati, sul pavé della strada residenziale, sulle cicche di sigaretta, sui fogli di carta e di plastica portati in giro dal vento e dall’incuria umana. Mi rallegro di poter andare ancora al lavoro in bicicletta (l’ultimo mezzo anarchico, il mio mezzo preferito) nonostante l’autunno inoltrato. Anche solo l’anno scorso sarebbe stato impensabile, i marciapiedi di Berlino avevano iniziato a ghiacciare già a metà ottobre, specie a quest’ora del mattino. La brina congelata si tramutava in una patina scivolosissima, rifletteva le ultime luci notturne. Ora guardo sotto di me le ruote un po’ sgonfie adattarsi alle irregolarità della strada, agli scalini dei marciapiedi, e nel torpore mattutino non penso ad altro che alla fine del mondo. Torno a concentrarmi sul qui e ora, alla piccola soddisfazione di pedalare rotondo per le vie di Berlino: supero il kebab/wok aperto a qualunque ora del giorno, le insegne a led degli späti e delle sale slot, le famiglie multietniche che portano a scuola i bambini. I tavolini dei bar turchi sono ancora semivuoti, la maggior parte delle persone in giro a quest’ora si rovescia nelle scale della metropolitana, qualcuno aspetta un verde che non viene mai. Fra lo sbigottimento (e la disapprovazione) generale, non fermo la mia lenta andatura al semaforo pedonale. Nell’aria volano più polveri sottili di quante i miei polmoni possano filtrare e io non mi curo della segnaletica stradale. Le mie fantasie apocalittiche si sovrappongono ai lembi di asfalto deserti, illuminati dalla luce indiretta del sole, ancora nascosto da una skyline non proprio futuristica. Accelerare o rallentare, la direzione è sbagliata ed è quella del lavoro. I bus si accumulano sonnolenti alle fermate, qualcuno aspetta i passeggeri arrivati di corsa, altri ripartono incuranti di tutto e tutti. Scivolo oltre il secondo semaforo rosso e penetro il giardinetto degli spacciatori, disertato per l’ora mattutina. Rimane solo qualche residuo della loro attività: cartine, siringhe, tossici di tutte le età accasciati sulle panchine; qualche senzatetto si gode le temperature più miti, letteralmente salvifiche su di un orizzonte immediato, orizzonte entro il quale fatico a vivere da quando ricordo. Mi immetto su di una pista ciclabile contro mano senza causare lo sdegno di nessuno, semplicemente perché non c’è nessuno a vedermi. Al semaforo successivo zigzago fra le automobili ferme in posizioni innaturali, anche per il traffico mattutino. Qualcuno suona il clacson, altri gridano, altri ancora aspettano pazienti. L’attenzione non è incentrata su di me che attraverso dal lato sbagliato della strada, ma su di un ragazzo riverso sull’asfalto in una pozza di sangue. Su di lui incombe un’Audi lucida, mostro famelico, mentre un’altra automobile, ferma nell’atto di schivare entrambi, blocca l’intero incrocio. Il guidatore armeggia con il monopattino elettrico dai colori accesi, incastrato sotto alla ruota anteriore sinistra. Le braccia del ragazzo sono incrociate sul viso e sul petto in una posizione innaturale, le mani aperte, irrigidite in un ultimo tentativo di sfuggire al proprio carnefice meccanico. La dinamica dell’incidente non mi è chiara, il risultato sì.