Dal tuo angolino

di Lole Khéops

Vorrei essere capace di farti stare bene,
come quando stai rannicchiato nel tuo angolino,
con la testa un po' piegata in avanti
a guardare il punto tra il soffitto e il muro.
Cambiare i colori delle pareti ogni volta
che chiudi gli occhi per concentrarti,
spennellare tutto il nero e il buio,
lavare via tutto il sudiciume opaco
dei brutti pensieri e tenerti lontano
da questo senso di inadeguatezza
dell'età adulta e saggia.
Si sono inceppati i sogni.
Ora chiudi gli occhi e fai come se
tutto questo non esistesse più.

Io e Giacomo ci siamo conosciuti da bambini. Ero sensibile e introversa, dicevano, la vita mi aveva già traumatizzata, mentre lui brillava di quella sicurezza che a me mancava. Non abbiamo frequentato le stesse scuole, seppure l'estrazione sociale delle nostre famiglie fosse simile e abitassimo nella stessa palazzina di periferia. Sono state le opposte opinioni politiche delle nostre famiglie a determinare i nostri percorsi scolastici. Mio padre ogni mattina mi scortava al collegio con la sua station-wagon blu dai vetri oscurati, in un austero silenzio che durava tutto il tragitto. Giacomo abitava a pochi metri dalla scuola pubblica e ci andava a piedi, sempre sorridendo, dopo aver fatto colazione e ricevuto un bacio.
La prima volta che lo vidi era una domenica pomeriggio d'estate, faceva un gran caldo e  giocavo sola in cortile, girando a cerchi concentrici con la mia mountain-bike verde acqua. Giacomo suonava una batteria improvvisata sul suo terrazzo, sbattendo mestoli di legno su pentole e vecchi coperchi in metallo. Frenai e per un attimo rimasi ad osservarlo, aspettando una pausa da tutto quello sbattere di cose. Non avrei mai potuto sopportare l'umiliazione e lo spreco di coraggio di chiamare qualcuno a gran voce, senza essere sentita. Aspettai il mio momento:
- Ehi, che fai?
- Suono, non vedi?
- Sento solo un gran baccano, perché non scendi in cortile?
- No, grazie.
- Posso prestarti la mia bicicletta per fare i salti!
- Con quella non si salta e poi non mi va, grazie.

Feci spallucce e ripresi a girare, spiandolo con la coda dell'occhio e tentando di sgommare in derapata per impressionarlo, come facevano i campioni di moto che guardava il babbo alla TV, ma Giacomo non si staccò mai dai suoi coperchi.
Qualche domenica successiva, scesi in cortile come d'abitudine dopo l'ora di pranzo e lo trovai seduto a terra, accanto alla mia bicicletta.
- Vuoi vedere una cosa?
- Cosa?
- Devi venire con me!
- Ok!

Abbandonammo pentole e bicicletta e camminammo in silenzio sulla strada che portava ai campi di grano, verso le cascine. Giacomo aprì il portone in legno con un verso di fatica, il sole accecante mi faceva male agli occhi e un odore acre di letame mi investì le narici. Attraversammo il porticato saltellando con la mano tesa per colpire le pannocchie appese alle travi ad essiccare, poi salimmo per tre piani le scale in legno scricchiolanti, i passamani marci si polverizzavano toccandoli, così mi aggrappai alla sua maglietta un po' sudata e lui mi lasciò fare, fui travolta da un piccolo brivido di emozione così forte e nuovo che pensai di non aver digerito polenta e arrosto del pranzo.
Arrivammo in un solaio buio, illuminato solo dalla luce che filtrava dai buchi tra le vecchie tegole. Sentimmo dei versi in cortile, qualcuno stava chiamando a raccolta le galline nell'aia. Giacomo portò l'indice alla bocca facendomi segno di stare in silenzio. Rimasi immobile, terrorizzata, in un secondo mi trovai ad immaginare che la polizia ci avrebbe scovato e avremmo passato il resto della nostra infanzia al riformatorio, come dicevano sempre le suore quando qualcuno non rispettava le regole. Stavo per mettermi a piangere, quando Giacomo sollevò il primo telo bianco e una nube di polvere oscurò tutto per qualche secondo, poi iniziò ad apparire un luccichio dorato. Sollevò un altro telo e a brillare fu un bianco avorio, poi del nero lucido. Ci mise un attimo a calare la nebbia nella stanza, accentuata dalle geometrie tracciate dai raggi di sole. Quando riuscii a rimettere a fuoco la sua figura, Giacomo stava al centro della stanza, con le braccia tese ad indicare il tesoro. Non avevo mai visto niente di simile.
- Sono strumenti musicali?
- Stanno ristrutturando le aule della banda e hanno dovuto spostare tutto.
- E perché qui?
- Mio nonno è il maestro, li custodisce!
- Sai suonare qualcosa?
- Certo, ma se ci becca son guai! Ogni martedì pomeriggio va a giocare a carte. Se vuoi ci torniamo e ti faccio sentire.

Ricoprimmo tutto in gran fretta e scappammo in punta di piedi, di nascosto dal nonno impegnato a lanciare tocchi di pane raffermo alle bestie. Tornammo alla cascina ogni martedì fino all'inizio della scuola, stavamo imboscati dietro alla colonna del monumento ai contadini, da lì la prospettiva ci permetteva di vedere il nonno uscire in bicicletta mantenendo la giusta distanza. Nelle tre ore a disposizione, Giacomo suonava ogni strumento senza alcuna tecnica, ma con grande entusiasmo: il “barrito dell'elefante” con la tromba, mi faceva ridere fino a farmi dolere gli addominali. A settembre la scuola di musica riaprì e gli strumenti tornarono al loro posto, ma noi continuammo a darci appuntamento altrove.
Siamo cresciuti così, sempre come una fedele proiezione di noi stessi. Durante il liceo io attraversavo annoiata i corridoi e fumavo sigarette leggendo Dostoevskij sulla scala antincendio. Giacomo era perennemente impegnato in attività extracurricolari. Lui era adorato da tutti, io stavo antipatica pure alla bidella.
Oggi, i giornali lo definiscono un musicista di successo, io continuo a derapare con l'immaginazione.