Di questo mondo e degli altri

di Lerio

Siedo sulla riva dello Spree con lei, senza dire una parola. Osserviamo in silenzio gli uccellini che si lasciano cadere sull’acqua, la sfiorano, sollevano uno spruzzo, e poi si rialzano in volo, a pochi metri dalla superficie. Non capisco perché lo facciano, ma sono in tanti e ripetono lo stesso gesto a lungo. Due cigni si avvicinano lenti. Lascio penzolare le mie gambe oltre il muretto, il fiume scorre più in basso e non ho paura di bagnarmi le scarpe. Le mani stringono i mattoni rossi della sponda, si avvicinano cautamente a quelle di lei. Sull’altra riva del fiume, sul muretto opposto al nostro, noto una scritta bianca, molto semplice: V+F. Fantastico sulla possibilità che almeno una delle due consonanti si riferisca al mio nome, o a quello di lei. Sopra alla scritta sono seduti due ragazzi difficili da definire: mi sembra che abbiano un blocco da disegno ciascuno, sulle gambe. Li immagino immortalare la natura dietro di noi, gli alberi bassi, l’acqua corrente, quegli stessi uccellini che continuano a tuffarsi e sfiorare la superficie del fiume. Chissà con quale precisione riescono a disegnare ciò che li circonda, con quale maestria, forse stanno facendo schizzi degli edifici che spuntano da dietro le chiome degli alberi. Saranno studenti dell’Akademie der Kunst, non è lontana. Mi piacerebbe vedere i loro fogli, assistere alla mano che svolazza sulla carta ruvida e lascia il segno che diventa lentamente o improvvisamente forma, rappresentazione, significato. Forse ci saremo persino noi due in quel disegno, sagome lontane, figure umane appena abbozzate. O forse, chissà, stanno disegnando tutt’altro, portando in vita le loro fantasie, evocando chissà quali mondi, fuori da questo dentro quell’altro e viceversa.
Passa una nave turistica vuota, le sedie di plastica bianca, il pilota che guarda non so cosa dietro, verso poppa, mentre conduce il battello lungo il fiume a una velocità sostenuta. Gli uccellini volano via, le onde spazzano il corso d’acqua con ritmi innaturali. Mi incuriosisce la frequenza delle onde e del loro sciabordio contro i muretti di mattoni, oltre all’indifferenza dei due cigni, in balia di quelle stesse onde che li sballottano qua e là. L’odore sgradevole del combustibile bruciato riempie l’aria.
Concentrato sulla porzione d’acqua più vicina, mi accorgo solo dopo un po’ della sagoma che galleggia poco lontano. Il corpo segue lento la scia del battello o semplicemente il corso del fiume. Le mani e i piedi nudi, i vestiti zuppi, il volto verso il basso, sott’acqua, impossibile da identificare se non come probabile essere umano. Stringo gli occhi e cerco di raccogliere qualche altro dettaglio: un segno di colore, qualcosa che spunta dalle tasche della giacca spigata, inscurita dall’acqua, forse un fazzoletto di stoffa o un taccuino, rosso. I calzoni verde militare sono stretti alle cosce e ai polpacci, i capelli corti si allargano appena attorno al cranio sommerso, radi sulla sommità del capo, segno di un’alopecia moderata. I cigni non degnano di uno sguardo né me né lui, corpo inerme che si avvicina e passa oltre, inesorabile.

Lei si alza e mi dice: andiamo?
Sì.