Fatti da parte

Vengono in pieno giorno, in gruppi di quattro — minimo —
con più volanti — lasciato lo spazio da riempire sui sedili di dietro —
La chiamata del negoziante fatta fuori del negozio
A seguire, lo stridore degli pneumatici, le portiere che sbattono
Una mano ferma sulla fondina e il passo a gambe larghe di chi sa di avere il diritto di usare la forza.

Vengono la sera, accecandoti con gli abbaglianti puntati nello specchietto retrovisore
Il lampeggiante che fende le finestre chiuse — una tenda appena scostata, un occhio, le mani che tremano —
Riflessi sulle vetrine dei negozi abbandonati
E il sudore freddo che ti cola sul collo teso.

Vengono la mattina, dal retro del cortile della scuola
mento sollevato per aria e vene all’infuori,
Puntano verso di te
che sei solo
che non sai dove guardare
che sai quanto sia inutile chiedere aiuto.

Vengono la notte, nell’ora buia che ovatta la fine di un’uscita in cui le aspettative sono crollate
nell’oscurità posticcia delle strade poco trafficate
dove i lampioni colano rugginosi ammaccando i profili delle cose immote.
Sfarfalla l’angolo quando prendi la svolta
poi le braccia immobilizzate
e ti ritrovi a terra senza capire come
scalciando e dimenandoti
stordita dai colpi sulla testa
incredula per la facilità con cui vieni spogliata.
Non hai più gambe
— Faccia gonfia — non riesci a far scendere le lacrime
Singhiozzi — la saliva che strozza —
Dov’è il tuo corpo — cancellato da corpi estranei —
Non puoi rispondere senza l’assalto del ricordo.

Vengono attraverso lo schermo del telefono
ogni ora del giorno, ogni singolo giorno
Vomitano la merda che tengono nelle tasche quando li incroci soli
per strada.
Sconosciuti che si arrogano il diritto di conoscerti
Conoscenti che fanno finta di non sentire il puzzo con cui ti hanno circondato.
Puoi essere in famiglia, a una cena.
Sei a casa e dall’appartamento di fronte arriva una risata catarrosa
che nausea la sera.
Ti domandi:
Chi sono queste persone che mi stanno attorno?

Vengono sul posto di lavoro, bisbigliando e lanciandosi occhiate
sputando risate mal trattenute e pacche sulle spalle.
Dicono:
Si tiene il posto facendo i pompini al capo;
Antonio se l’è scopata alla cena aziendale;
Fosse stata italiana non l’avrebbero nemmeno assunta;
Ruba il lavoro alle nostre donne;
Scommetto che non ha nemmeno la cittadinanza.
Scusa da dov’è che vieni di preciso?
Il biglietto sulla tua scrivania dice:
Troia araba torna a casa!
in stampatello maiuscolo.

Vengono a piantarti un ginocchio nel collo
ad accecarti con i lacrimogeni
a metterti faccia a terra, mani ammanettate
— Stai giù testa di cazzo! —
— Non muoverti figlio di puttana —
a paralizzarti con il taser
a farti inginocchiare, disarmato, per spararti cinque colpi nella schiena
a infilarti la testa in un cappio fissato con nodo scorsoio per appenderti al ramo più robusto di un albero.

Vengono per chiuderti in cella
minacciando di tenerti dentro tutta la vita
senza la possibilità economica per pagare la cauzione
trattandoti come immeritevole di essere difeso
costringendoti a lavorare senza essere pagato.

Vengono per farti mendicare il cibo
per lasciarti cuocere sotto il sole
nelle coltivazione di pomodori
sulle barche nel mezzo del mare
nelle baraccopoli agli estremi confini della periferia
per farti pagare un bicchiere d’acqua
per lasciarti portare in giro e vendere fiori e cianfrusaglie
per portarti a delinquere così da giustificare l’odio nei tuoi confronti
per vendere il tuo corpo
per prostituirti e poi negarti le cure mediche necessarie
per svilire la tua sessualità
per accenderti dopo averti ricoperto di benzina.

Vengono a chiamarti bestia
a darti dell’essere inferiore
a dirti che sei uno stupratore
a incolparti per la rovina del paese in cui sei arrivato
a tapparsi il naso al tuo passaggio
a sputarti addosso perché considerato ladro.

Vengono per far in modo che tu possa dire solo menzogne
per avere la ragione dalla loro parte
per farsi servire
per usarti come capro espiatorio
per schiacciarti
per cancellare la tua dignità.

Vengo nel mio criminale silenzio, oppressore incarnato
senza catene, senza sogni
Dal gradino più alto della scala che provo a scendere
tendendo la mano a chi mi guarda dal basso
dicendomi:
— La scala non è da salire, ma da distruggere.
Sei come gli altri, fatti da parte. —