Hanno tutti ragione

La prima vetrina che incontro sulla via di casa è quella di un nuovo bar hipster dove una volta sono stato a fare colazione, ho ancora un loro barattolo di vetro a casa. Colori pastello, infissi di legno verniciato di bianco. La facciata successiva è dipinta di un rosso carminio acceso, almeno al piano terra, dove c’è la vetrina e la scritta (in Fraktur) di un Trödel & Antiquitäten, o antiquariato, come si direbbe in italiano con molti meno umlaut e fascino. Qualche graffito intacca la parete dal colore così suggestivo, una A anarchica e altri simboli meno internazionali. Dopo una porticina condominiale, ecco la prima sala slot; il quartiere ne è pieno, oltre la soglia della credibilità, le vetrine completamente oscurate dai soliti pannelli, troppo squallidi per essere veri. L’imperscrutabilità (legale e non) di questi non-luoghi è totale: porte chiuse a dispetto delle scritte a led OPEN perennemente accese, campanelli a cui non ho mai visto suonare nessuno. Proseguo con condomini a tinta unita, intonaci più o meno fatiscenti, altre scritte sui muri più bassi, portoni imbrattati. Le finestre sono riquadri regolari aperti sulle pareti uniformi, prima rosa, poi gialle, poi azzurre, colori spenti, quasi una scala di grigi. Spezza la monotonia un cancello di ferro, simile a quello del mio condominio, ingresso a uno dei tanti cortili interni. Sul marciapiede le caratteristiche colonne delle pubblicità, così tipicamente berlinesi: cilindri ricoperti di poster incollati uno sull’altro. Le auto parcheggiate a pettine sono una fila continua, sportello contro sportello, quasi tutte famigliari dall’aria vissuta. Gli ippocastani radi crescono esili fino all’altezza prestabilita, le chiome si affacciano appena alle finestre del secondo piano. Supero un’impalcatura vecchia di anni, i teloni dell’ultimo piano che sbattono al vento, ululano, abbaiano, spiccano il volo. Non oso immaginare chi ci dorme di fronte. I condomini e i portoni si susseguono senza grosse differenze, neanche nei graffiti che li ricoprono, fino al piccolo pub finto-spagnolo con il nome inglese. Fuori c’è ancora un dondolo nonostante sia autunno ormai, le sedie sono equipaggiate di coperte di lana, la temperatura permette di illudersi e agli avventori piace sedersi fuori, nei tavolini di queste vie residenziali. Il pavé e i dossi rallentano le auto, ne scoraggiano l’uso. All’angolo opposto lo späti con l’internet point, un servizio tanto anacronistico quanto i computer messi a disposizione nello stanzino sul retro: otto pc dotati di Windows XP con quasi vent’anni di ritardo. Più avanti c’è la taverna greca con ancora qualche grappolo di palloncini bianchi e blu dalla festa per i trent’anni di attività. Di fronte un veterinario dal quale non ho mai visto la luce accesa: in vetrina un tasso impagliato e delle piante troppo rigogliose per essere vere oscurano la visuale. All’incrocio successivo, il robivecchi turco dal quale andavo a suonare il pianoforte, appena trasferito. Aveva tre stanze piene di strumenti vecchi e scordati, e io non avevo grosse pretese. Una specie di Paolo Sorrentino turco, coi baffi, mi aveva accolto un po’ diffidente quando gli avevo chiesto di provare i suoi pianoforti sventrati. Stava sempre fuori dal negozio a guardare i passanti, ma quella volta era venuto dentro con me. Avevamo anche parlato di prezzi, così, tanto per fare. Mi ero seduto al piano dall’aspetto più invitante, la tavola armonica in bella vista, i martelletti che colpivano le corde davanti ai miei occhi. I tasti rispondevano alle mie sollecitazioni, i suoni non erano proprio perfetti. Mi lanciai in qualche accordo basso, un la maggiore, un do diesis, note che nella stonatura aumentavano di fascino, o forse ne assumevano uno diverso. Aphex Twin una volta ha detto qualcosa sul limitarsi alle note scritte, quando ci sono infinite frequenze fra un semitono e l’altro. Il Paolo Sorrentino turco si era seduto da un lato a studiarmi impassibile, l’espressione nascosta dietro ai suoi baffi. Dopo aver ascoltato qualche minuto di lenta improvvisazione, aveva imbracciato non so quale strumento di percussione (non me ne intendo) e mi aveva accompagnato discreto per la successiva mezz’ora, una delle più belle della mia vita. Mi voltai a guardarlo solo un paio di volte, lui era rivolto verso di me e sorrideva complice. Fu la prima e ultima volta. Ora due stanze su tre del negozio hanno lasciato spazio a un coworking space alla moda da 300€ al mese per una scrivania, la porta è sempre chiusa ed è un pezzo ormai che non vedo più passare il mio percussionista preferito. Sulla porta c’è un foglio A4 con la sua foto.