Il mastino dei Baskerville

I miasmi mefitici della metropolitana invadono le mie narici: alcol, piscio, sudore, residui organici e miseria umana, lerciume spalmato su tutto il pavimento appiccicaticcio. A ogni fermata della metro, gli sguardi inorriditi e stupefatti dei nuovi passeggeri, pur abituati agli standard berlinesi, passano in rassegna ciascuno di noi per individuare la provenienza del fetore, invano: l’odore è dentro di noi, nelle nostre ascelle, fra i nostri capelli, sotto alle nostre unghie, nei nostri vestiti sudati, sotto alle nostre scarpe fradicie di pioggia e umori primordiali. Una volta sprofondati fra questi sedili vige la rassegnazione, l’accettazione intima, anche se non sensoriale, della nostra bestialità. O almeno così crediamo, prontamente sbugiardati quando dalle porte cigolanti appare quello che fatico a definire un cane. L’essere dalle dimensioni mai viste avanza a quattro zampe, lento, per niente intimorito dalle persone o dagli odori che lo circondano: in mezzo al tanfo caratteristico della metropolitana inizia a fiutare quello più specifico della paura. Il muso schiacciato dell’enorme canide avanza fra i passeggeri seduti e in piedi, le narici spalancate, la bava che cola lenta dalle fauci socchiuse. Cerco di non perdere di vista il colosso, pur evitandone gli occhi minacciosi, perle dense di tenebre; occupa tutto lo spazio rimasto nel vagone, lo riempie con la propria presenza ingombrante, istintivamente conscio della superiorità fisica e quindi definitiva sui compagni di viaggio. Nessuno cerca il padrone, ammesso che ce ne sia uno, alle sue spalle, nessuno osa accennare alle pareti scrostate della carrozza, sulle quali campeggiano ancora i quattro divieti della metropolitana (no cibo, no alcol, no fumo, cani con la museruola) dei quali è rispettato solo uno (no fumo), e non sempre. Suppongo sia anche per questo che sono venuto a Berlino. L’avanzata procede lenta, meticolosa, il molosside dal pelo corto e scuro si avvicina a una ragazza con i jeans stretti infilati nei calzini di spugna, il giubbotto militare coperto dai lunghi capelli biondi, la quale finge malamente una certa sicurezza e accenna a un sorriso fin troppo nervoso, le mani ben aggrappate alle maniglie, più in alto possibile. Il cane ignora i movimenti della carrozza e i suoi clangori, si sposta verso una signora impaurita, nascosta dentro al suo cappotto verdone fuori misura e ai suoi occhiali firmati. Il viso contratto in una smorfia più terrorizzata che indignata, le rughe accumulate ai lati della bocca e degli occhi, il ciuffo fucsia impallidisce per tornare dello stesso colore degli altri capelli. Le zampe grosse come piloni procedono sicure su quel pavimento lurido e mobile, fino alla prossima vittima dello sguardo di tenebra. Un impiegato già troppo sudato prende lo zaino dal sedile accanto, per sottrarlo dal muso malefico della belva, ma commette l’errore di fissarla negli occhi; questa si ferma davanti a lui, lo sovrasta, lo minaccia intrinsecamente con la propria presenza selvaggia. La voce registrata annuncia la prossima fermata, ma nessuno ci fa caso. La camicia e la giacca hanno già cambiato colore mentre l’uomo rimpicciolisce sul proprio sedile, una cicca si appiccica al suo completo ma non ci fa caso, concentrato a non perdere d’occhio il mostro. Il cane rimane fermo sul posto, non emette un suono, apre solo impercettibilmente la bocca famelica, un filo di bava si stacca dalle labbra pendenti e si aggiunge allo strato di liquami che ricopre il pavimento della carrozza.
All’improvviso, come a un segno prestabilito, il treno inchioda, il cane guaisce e rotola via sul fondo del vagone, la ragazza bionda per poco non cade, altre persone inciampano e perdono l’equilibrio, io mi aggrappo al primo appiglio a portata di mano; in mezzo ai tonfi e alle imprecazioni si solleva un coro di sorpresa e protesta, mentre il conducente tenta invano di evitare il ragazzo lanciatosi sotto al treno. Prossima fermata: Schlesisches Tor.