La struttura del cosmo

di Lerio

L’uomo è seduto sulla panchina, impassibile, fissa il binario della metropolitana senza grosse aspettative. Io sono in piedi poco lontano da lui, ho fra le mani il libro che sto leggendo in questi giorni, un fuori catalogo di Sclavi dei tempi della Camunia, con le copertine di Stano; guardo oltre le pagine stampate, mi fisso per qualche motivo sull’uomo della panchina: il naso bitorzoluto, i capelli radi, forse dimostra più anni di quelli che ha, capita spesso con le carnagioni chiare esposte al sole. Indossa una giacca nera con le rifiniture blu, la cerniera aperta a metà, le mani accostate fra le gambe, le dita che forse si toccano, forse no.
La metropolitana arriva preannunciata dal solito rombo, un rumore di ferro e vento che riempie la stazione semivuota. Lo schermo elettronico lampeggia, le pareti gialle dei vagoni scivolano oltre, il treno rallenta e si ferma con un lungo stridore. Metà mattina, un orario strano, le poche persone presenti si muovono verso le porte ancora chiuse, io rimango ancora concentrato sull’uomo seduto sulla panchina. Non si muove. Una ragazza esce dal treno e si dirige verso di noi, già mi accomuno allo sconosciuto.
Ho sempre avuto la curiosità di sapere cosa fanno le persone che aspettano nelle stazioni della metro e poi non prendono la metro. È uno di quei piccoli misteri della grande città che ha messo le radici dentro di me da quando sono arrivato. Ne vedo quasi tutti i giorni: la folla sulle banchine si riversa nei vagoni, ma c’è sempre quello che rimane lì, seduto o in piedi, ad aspettare chissà cosa visto che da questo binario passa solo questa linea. Ho pensato a varie ipotesi più o meno fantasiose, ma oggi ho deciso di aspettare e verificare di persona.
Passa un treno, ne passa un altro e un altro ancora. Provo a leggere qualche pagina, cammino avanti e indietro, controllo l’ora sul tabellone elettronico e sul cellulare, non vedo alzarsi il sole, non vedo le nuvole mutare nel cielo estivo di Berlino, non sento i clacson delle auto e il vocio dei turisti ammassati sempre nei soliti luoghi, non batto i tasti di un pianoforte né quelli di un computer, non guadagno soldi e non li spendo: oggi mi limito a osservare il mio caso di studio.
Ormai ho perso il conto dei treni passati e non fingo neanche più di leggere, mi concentro solo sull’uomo, proteso leggermente in avanti, le mani che quasi si toccano, lo sguardo fisso. D’un tratto mi accorgo di un altro uomo che mi sembra gravitare attorno a quello seduto, e poi un altro, una donna col passeggino che rimane ferma da un po’ troppo tempo, una ragazza con gli occhiali che ci guarda di traverso. Le persone in questo angolo di stazione sono aumentate poco alla volta e formano ormai orbite ellittiche, i cui fuochi siamo io e lui, presi in un processo ricorsivo di cui non sapevamo di fare parte. Più studio le traiettorie degli osservatori più mi rendo conto di quanto siano intrecciate e di come non possano essere tutte costruite su di noi, la faccenda si fa più complicata del previsto.
Preso da una vertigine geometrica mi avvicino per la prima volta all’uomo sulla panchina e mi siedo al suo fianco, riducendo le ellissi a delle circonferenze quasi perfette, epicicli metropolitani. Chiudo gli occhi e faccio dei respiri profondi per tranquillizzarmi. Forse mi addormento persino.
Quando riapro gli occhi lui è sempre lì, lo sguardo vitreo fisso davanti a sé, le mani fra le gambe, il petto fermo da chissà quanto tempo.
Sì.