Lo stretto necessario

Sono d’accordo con Livia Chandra Candiani quando dice che il silenzio è cosa viva.
L’ho toccato con mano, credetemi. L’ho chiamato famiglia.

Qualche anno fa, una persona molto cara che ha lasciato macerare accartocciato il mio povero cuore dentro un brandello di dolente carta stagnola, mi disse sovrappensiero: «la felicità è un giorno tranquillo». Solo oggi, a mille strade e rughe di distanza, riesco a coglierne il recondito significato e quanto vorrei correre di nuovo in Piazza Verdi per scusarmi! All’epoca succedeva spesso che lasciassi correre i miei pensieri lontanissimi dai suoi, distruttivi e totalizzanti, ma solo per non lasciarmi morire. Allo stesso modo avrò operato quella mattina di metà febbraio, con l’ombrello chiuso nella mano destra e il sudore che cadeva sotto la giacca, di fronte a una chiesa di mattoni rossi e sacripanti pozzanghere che ci costringevano a una goffa danza. Ho semplicemente smesso di ascoltare.
La mia idea di felicità è sempre somigliata a un’abile ladruncola che non ho mai davvero conosciuto ma tante volte immaginato, tra le prime pagine bianche di un romanzo francese oppure dentro una decina di versi scritti con la Bic nera sopra una Moleskine lisa dai pensieri cattivi.
“La felicità è un giorno tranquillo”, mi ripeto ancora adesso nella mente quando non so più come rimediare ai lividi dietro le palpebre. E così è stato per molto tempo, mesi lunghissimi che non ricordo neppure di aver vissuto; mesi di fughe, aerei fatiscenti e treni stracolmi di passeggeri malmostosi; ritardi sulla linea e sigarette spente a metà per colpa della fretta. Mesi di mani fredde, salite ripidissime, distese di neve gialla, giravolte ad occhi chiusi, libri di Calvino come coperte.
Di tutte quelle cose che vedi, ma solamente quando ti distrai.

Adesso quei mesi, quegli anni e quella persona dalle belle parole, non esistono più. Sono tutti rimasti annodati da qualche altra parte, dentro un baule impolverato che sa di muffa e stelle di plastica. È stato gentile, il tempo. Ha lasciato spazio a tutto quello che è arrivato solamente dopo, che poi sarebbe adesso, questo preciso momento.
Ci penso mentre, stesa su un talamo, sento la tua mano destra cingere la mia sinistra e le campane del paese rintoccano decise per nove volte, sollevandomi da quel gesto gravoso che per me è l’atto di dormire.
Mi volto verso sinistra, resto sul fianco per un po’, per appurare che tutto quello che ho davanti agli occhi non svanisca, lasciandomi nuovamente sola tra le mie molli e artiche membra.
Vorrei avere il potere di riavvolgere il nastro fino all’origine, cancellare tutto quello che non è servito a niente e sostituire il primo ricordo che ho della mia vita, con uno assieme a te, che adesso sei qui con me. Ne basterebbe anche uno piccolo, inutile, di quando ti ho sfiorato per la prima volta e ho capito che eri vero. Basterebbe anche quello che ancora non è diventato passato: questa luce soffusa che si fa spazio nella stanza suggerendomi un nuovo mattino e dei nuovi colori, mentre intanto serafico tieni gli occhi chiusi e chissà a cosa pensi, mentre ti guardo dormire e non pensare – finalmente - quasi a niente.
Con un salto poso i piedi sul pavimento e scendo le scale piano, per non fare rumore.
La cucina sa di chiuso, di catrame, di tutte le parole e i denti scoperti e le carezze e i tiri di fumo della sera precedente. Apro le finestre, prendo un libro dalla borsa, giro una sigaretta e – seduta con le gambe incrociate sul davanzale – me ne sto in silenzio. Mistico compagno.
Sfoglio le pagine, sottolineo con precisione ogni riga, e mi rendo conto che dentro un gesto inconsapevole c’è tutto l’universo. Come volessi a tutti i costi mettervi gli occhi a seccare, tra ogni pagina e la sua vicina.
Sopra uno scontrino accartocciato, invece, scrivo che nonostante sia lontana trecento chilometri dalla mia Via, riesco a sentire odore di casa un po’ dappertutto:
1) Nel punto più alto della tua spalla, dentro l’incavo che naturalmente si genera quando ti giri a guardarmi.
2) Sul bordo delle tue dita, lì dove ci siamo noi, mischiati.
3) Per la primissima volta sopra una terrazza che affacciava su una circonvallazione, sopra la luna e affianco alla cupola di San Pietro che illuminava il retro della tua schiena, ricurva sul mio viso.
4) Oggi, dentro questa casa con le travi di legno, sotto questi alberi, di fronte questa distesa di foglie, in questa estate leggera fatta di luce e baci.
5) Mentre dormiamo nel ventre notturno di questo cielo saturnino che sembra non finire mai.
6) Quando ci svegliamo a sbirciare l’impercettibile movimento delle stelle, ad ascoltare il lamento del giunco, quello degli uccelli svegli alle quattro di mattina.
7) Quando richiudiamo gli occhi e ci stringiamo ancora la mano.

Molto spesso mi pento di quello che dico, molto spesso mi accorgo di scrivere per il puro dolore di scrivere, ancora più di frequente capita che le parole che non voglio dire si fermino sull’estremità delle mie ciglia, le quali sbattendo, le lasciano cadere rovinosamente.
Da quando c’è Francesco, invece, mi pare che gli rimangano attaccate sulle sue tutte le gambe delle mie “a” in corsivo e certe I maiuscole sospirate piano. Con sorpresa le ritrovo proprio sotto il corpo ciliare del suo occhio destro, di fronte al primo cielo della sera; un cielo odeporico, cioè capace di raccontare ovunque egli dimori anche senza di noi, per farci invidia, per sopperire alle lacune che ritroviamo lungo le estremità delle nostre gambe, cui piacerebbe molto andare a ballare su altre strade, spiagge solitarie e musei con le pareti di lavanda in una notte di tormenta. Al contrario, le mie si sono solo addormentate in una posizione strana e dolorosa, quella che mi appartiene e definisce.
Eppure, è proprio dentro quella stessa posizione, che la natura rimette tutto a posto.
Gli Alt J cantano “Realization grew on me / as quickly as it takes your hand / to warm the cool side of the pillow / I’m there for you, be there for me” e sembra quasi una melodia antica, anacreontica, che lentamente incendia il retro delle colline che interamente rivestono la linea del nostro orizzonte.
Agnosco veteris vestigia flammae.
Cerchiamo una posizione comoda per abbracciarci senza smettere di guardare gli astri farsi spazio in quella luce che è quasi buio, mentre le campane – nuovamente e al contrario - segnano la fine del giorno, il sole con la mano ci manda un ultimo saluto e anche Hunger of the pine inizia a dissolversi, così come tutto quello che abbiamo intorno, per magia.
Conosco una cura a base di respiri profondissimi e altri privilegi.
Mi viene da sorridere ma appena provo a tirare su le labbra, dall’occhio di sinistra scappano un paio di lacrime dense che neppure provo a trattenere.
Guardo Francesco, con gli occhi piccoli, socchiusi, tirati su, anche i suoi, verso quello che ci sta capitando di fronte, affianco e sopra la testa. Lo guardo e ha la faccia di uno a cui è precipitata tutta la vita nello sguardo.
Ogni volta che conosco qualche suo amico, di me dice: «sta in fissa con il cielo».
Volevo essere un contenitore di storie, sono diventata molto di più.