Mette pioggia

Un passo dopo l’altro, provo a mantenere il ritmo. Guardo avanti, fuori dalla finestra, e faccio finta di non essere fermo sempre nello stesso punto. Non so neanch’io perché sono tornato in palestra, forse perché hanno messo pioggia, anche se fuori le pozzanghere si stanno asciugando. Fra il mio tapis roulant e quelli accanto ci sono dei pannelli di plexiglass trasparente, ma attorno a me non c’è nessuno. Le cyclette sono vuote, l’ellittica è vuota, il vogatore è vuoto, la panca è vuota, la pressa è vuota, la pectoral machine è vuota, la leg curl è vuota, la leg extension è vuota, persino la reception è vuota. E quindi guardo fuori dalla finestra, per illudermi di stare correndo in una qualche direzione, vittima del display luminoso che cerco di ignorare. Giù per la strada il traffico scorre blando, vedo soltanto il marciapiede opposto, sul quale passano pochi pedoni e qualche raro monopattino. Nessuno porta l’ombrello. Senza che ne capisca il motivo, colpisce la mia attenzione un uomo che attraversa la strada e poi il marciapiede per inoltrarsi nel parchetto confinante con aria losca, o almeno così mi pare. Chi non ha un’aria losca a Berlino? Capelli biondi, carnagione chiara, mascherina chirurgica, tuta acetata nera con le bande dorate. Si guarda attorno nervoso, mi sembra di leggere il sospetto nei suoi occhi azzurri, i due occhi chiari si spostano a scatti in tutte le direzioni: controlla dietro di sé, davanti, nel parco, nel marciapiede vuoto, mi sembra che guardi persino verso di me, ovvero verso le vetrate della palestra, al secondo piano al di là della strada. Credo sia impossibile che mi abbia visto e tanto meno identificato, eppure ho la tentazione di allontanarmi dalla finestra. Troppo tardi, è già andato oltre, nascosto dalla siepe più alta, mentre io continuo a macinare chilometri stando fermo. La mia attenzione si sposta verso i soliti spaccini seduti sulle solite panchine, i senzatetto sdraiati poco lontano, i cani che vagano fra una pozzanghera e l’altra. I ragazzetti si accumulano alla fermata del bus, molti con le mascherine ma non tutti, due donne col velo condividono il peso di un’enorme busta della spesa. Il sudore mi cola lungo la fronte, sento il metabolismo rimettersi in moto, forse stasera mangerò con appetito, eppure odio questo posto, non so neanch’io perché mi ci sono rinchiuso dentro visto che fuori è ancora una bella giornata, non fa freddo, ha anche smesso di piovere. Il cielo livido lancia sempre le solite minacce, non dovrei farmi scoraggiare da così poco. Guardo il bus arrivare, appoggiare le ruote al marciapiede, una ragazza fa un salto di lato per evitare di venire investita. Controllo il tempo sul display: sono venti minuti che corro come un criceto su questa banda elastica nera, le gambe che girano in un ciclo imperfetto ma continuo, sempre più facile, i muscoli che sembrano riabituarsi all’attività aerobica così come le parole alla pagina. Eppure c’è sempre qualcosa che non va, un dolorino, un’articolazione che si lamenta, un pensiero ossessivo, l’età che avanza. Proprio quando decido di smetterla con questa presa in giro, un attimo prima di premere il bottone di cool down, un dettaglio mi colpisce lo sguardo. Aguzzo la vista e noto un paio di scarpe da tennis spuntare da sotto la siepe più alta, le suole verso di me. Non sono solo scarpe, ci sono dei piedi dentro, i piedi di una persona stesa sotto a quella siepe, immobile. Il mio pensiero va immediatamente al tipo sospetto di poco fa, cerco di ricordarmi che scarpe indossasse, ma rievoco solo la tuta acetata nera, le bande dorate, gli occhi gelidi e nervosi. Mi sembra di scorgere qualcosa poco sopra le caviglie, ma il resto del corpo è nascosto letteralmente sotto la siepe, mi verrebbe da dire dentro. Incerto sul da farsi, sempre più teso, mi scordo di correre e per poco non vengo sbattuto a terra dal tapis roulant. Le prime gocce iniziano a colpire il vetro della palestra.