Oblio

Il vantaggio di non dormire la notte è che la mattina seguente tutto sembra fuori posto, e quindi più presente, come un deja-vu al contrario. Anche le cose quotidiane, gli oggetti normalmente ignorati dalla vista selettiva che mi permette di ottimizzare i gesti più semplici, appaiono alieni: le pubblicità di Tinder appese su tutti i muri, con i loro slogan americani, o i monopattini colorati, le loro lucine lampeggianti, le irregolarità del marciapiede divenuto faglia tellurica, i tralicci delle gru sparse contro il cielo grigio e compatto, la cui luminosità diffusa mi acceca. Anche camminare è diventato un movimento innaturale ma inevitabile, per cui barcollo incerto su quelle che mi sembrano le mie gambe e osservo le scritte a led affacciarsi nella tetraggine mattutina, anche quelle più ripetitive e scontate, quelle scritte OPEN bianche dai contorni blu e rossi, tutte uguali, sempre accese. Quante volte le avrò viste? Quante volte le vedrò ancora? Sono in un film di Bertolucci? Gli alberi spogli ai lati della strada sono squarci della realtà, crepe che si espandono in quattro dimensioni, dita contorte che si allungano ad afferrare gli ultimi rimasugli di geometria non euclidea. I mostri che incombono su di me sono invece squadrati e precisi come realtà virtuali, solidi inorganici che rispettano fin troppe regole, mi sbarrano la strada indicando l’unico punto di fuga possibile: il tabellone blu della metropolitana, macchia di colore luminoso. Le automobili parcheggiate facenti parte del paesaggio urbano ora risaltano minacciose o derelitte, esseri vuoti di un’era oscura che non si decide a partorire il proprio figlio terminale, residui identici fra di loro a un livello di astrazione che però questa mattina non riesco a raggiungere; per questo mi fermo a osservare le linee spezzate degli specchietti infranti, delle carrozzerie ammaccate, rigate, arrugginite, le targhe chiazzate di fango, i disegni formati dalla brina sui parabrezza. Le gomme, i battistrada, gli abitacoli, i cruscotti e i sedili, quanti elementi bisogna considerare per esaurire tutte le permutazioni di automobili possibili? Anche la mia concentrazione risente del mancato riposo e passo da un interesse improvviso all’altro, considero le serrande abbassate, le finestre oscurate e quelle già accese, studio infine tutti gli spigoli e le forme delle scritte sui muri, i graffiti come polisemantica residuata. Leggo un taime come fosse un time sgrammaticato e poi mi chiedo se non manchi invece un apostrofo, aggrappandomi a tutte le lingue che conosco almeno di striscio; ammiro una ben nota A nera inscritta in un cerchio, sullo sfondo rosso di un robivecchi; studio un 1UP dipinto a caratteri cubitali sulla parte più alta di una parete cieca, a una ventina di metri dal suolo. Mi chiedo solo marginalmente come abbiano fatto, e più concretamente come classificare quel giallo acido e cosa voglia dire quella sigla. Mi ricorda chiaramente le vite bonus dei videogiochi, e i video del collettivo berlinese, e anche il ragazzo che l’altro giorno è stato sbalzato dal treno della S-Bahn mentre tentava di surfarlo. Erano in quattro e solo uno è caduto, forse dimenticandosi all’ultimo di abbassarsi prima del ponte, forse paralizzato dall’eccessiva vicinanza a quella soglia impossibile da attraversare, in un’iperstizione tipica degli attacchi di panico. Mi chiedo cosa possa avere pensato in quegli ultimi istanti di consapevolezza, mi chiedo se il mondo di fronte alla morte certa non sia forse più lucido in una maniera simile ma esponenzialmente più accesa di come lo vedo io ora.