Please don't put your life in the hands of a rock'n'roll band

Mi volto fugacemente e cedo il passo a nuovi mesi e nuove stagioni con le quali convivere e allo stesso passo camminare. Faccio la conta di tutte le persone che ho perso, dei miei amici morti che sono diventati casi mediatici, protagonisti della televisione del terrore a cui siamo abituati e di cui tanto abbiamo bisogno per sentirci, in qualche misura, fortunati.
Io fortunata non mi ci sento quasi mai, tranne quando mi rendo conto che le persone detentrici della verità assoluta non mi capiranno mai, ma che nonostante ciò cercano in me una risposta alla loro insoddisfazione.
Faccio la conta delle volte in cui durante quest’anno appena passato non mi sono sentita le spalle stanche, perché sono state pochissime.
Uno, due, tre, le persone con le quali ho dormito assieme per la prima volta e i respiri profondi che ho trattenuto.
Quattro, cinque, sei, le volte in cui mi sono data una pacca sulla spalla, fiera di me, riuscendo persino a togliere quasi tutta la polvere che il tempo ci aveva depositato sopra.
Cinquemila i chilometri che ho percorso a bordo di un treno ad alta velocità, più di tremila quelli dietro al finestrino di un aereo, venti quelli che ho percorso a piedi da Gourdon a Le bar - sur - Loup, per dimostrare a me stessa che potevo farcela; due le volte che ho guidato ad occhi chiusi sul raccordo anulare mentre Camilla cantava a voce altissima per non farmi morire di nostalgia, venti le bottiglie di vodka che ho bevuto per attenuare il dolore, sette le volte che ho chiesto un letto a qualcuno, perché a casa mia non volevo tornare.
Solo una ventina i sorrisi di cortesia, tutti gli altri erano veri, chissà magari siete tra coloro che ne hanno ricevuto uno. Oppure siete tra le persone che hanno ascoltato il rumore che faccio con la bocca quando piango. Sicuramente siete in tanti.
Poi senza alcuna sorpresa ma con molta gratitudine mi ritrovo a finire l’anno con le solite persone di sempre e con loro a contare quello che abbiamo acquistato e ciò che ci è stato sadicamente negato. Non ci diciamo mai che ci vogliamo bene perché bastano le nostre tradizioni, il discorso di Andrea a inizio serata che ci riunisce tutti davanti ad uno schermo fatto di carne, sicuramente insostenibili grida e risate molto rumorose. Natalia che lo riprende dal divano blu con un sorriso smisurato di chi sa amare molto e con dolcezza.
Basta cantare abbracciati l’inno della nostra squadra del cuore a mezzanotte (pure se abbiamo fedi calcistiche diverse) e appurarsi che non cambi mai la cosa più importante di tutte: un capitano, c’è solo un capitano.
Cresciamo, cambiamo i gesti, i modi di fare, di vestire, le espressioni mimiche, e lo facciamo senza neppure rendercene conto. Non ci osserviamo abbastanza eppure ci conosciamo a memoria. Forse è questo il segreto di tutto, di questo legame che conoscono solamente il nodo e la corda: non perdersi mai per davvero, fare sempre finta per poi controllare che vada tutto bene nascosti dietro il più remoto angolo del mondo.
Da fuori risultiamo scapestrati, inaffidabili, ragazzacci con molte velleità ma poca voglia.
Invece mi rendo piacevolmente conto che quasi tutti abbiamo raggiunto degli obiettivi, ci siamo laureati, abbiamo trovato un lavoro, in molti riusciamo a fare sempre quello che ci pare a discapito di tutto, che per me equivale alla più notabile delle vittorie.
L’ultima canzone del duemiladiciannove che abbiamo ascoltato è stata Don’t look back in anger degli Oasis. Fosse stato un giorno normale qualcuno avrebbe gridato contrariato, ma stasera no. Stasera ci stringiamo tutti a qualcuno, ci guardiamo: trenta paia di occhi catturano quel momento con prepotenza, spingendolo nel punto più profondo del cuore.
Mentre tutti urlano sguaiatamente, durante il ritornello chiudo il mio sguardo e immagino te che arrivi, ti togli il cappotto e mi racconti qualcosa, come non ci fossimo mai sbagliati. Invece Roberta mi prende per il braccio sinistro e mi fa cadere sul pavimento affianco a lei. She knows it’s too late as we’re walking on by.
Fabiola mi ricorda a voce altissima di quando l’abbiamo sentita cantare da Noel Gallagher in persona, pioveva e mi sembrava il momento perfetto per morire e invece poi non sono morta, mi sono solo seduta al centro del temporale per rollarmi una sigaretta.
Corriamo fuori, i lampioni sono spenti, la strada è illuminata solamente dai fuochi d’artificio e mi sembra di essere in quella scena famosissima del successo letterario di Kerouac che mi porto appresso da tutta la vita. Mi viene da sorridere ma non c’è tempo, scatto una fotografia al momento perfetto con la mia macchinetta analogica.
Penso al tempo e mi rendo conto che la bellezza è lenta.
Lo capisco dal rullino che si riavvolge e trattiene, dalle lanterne cinesi che scivolano nel buio, dalle mani dei miei amici che non invecchiano, da una goccia di sudore che cade dietro la schiena aderendo a un lembo del mio vestito da sera, ma solamente alla fine.
La bellezza è lenta, una nuvola gonfia di pioggia immobile nel cielo, labbra che si cercano nella notte, malinconie strane e dolorose, qualcuno che mi dice che arriverà, prima o poi, e io lo ascolto e mi rendo conto che la bellezza è lenta.
Ci guardo ballare, strettissimi, ancora, metà salotto è completamente vuoto.
Mi ricordo di quando a diciott’anni mi sembrava tutto così difficile e per fortuna ora siamo cresciuti e le cose si sono complicate.
Mi ricordo quando ho portato quel vostro vecchio amico nel retro di un bar per dirgli che lo amavo. Pensavate tutti fossi pazza, una ragazza un po’strana, che però insieme funzionavamo bene perché non ci capiva nessuno e invece noi due sì, a vicenda.
All’epoca avevo molto coraggio perché non sapevo cosa mi aspettasse al di là della sfrontatezza. Un sacco di merda, ve lo anticipo.
Adesso sono un’adulta più quieta, quando si tratta di sentimenti parlo a voce molto bassa. Oppure li rinchiudo in piccolissimi oggetti e gesti che regalo ed elargisco a chi non li merita mai. Il mio incubo ricorrente è sempre lo stesso, un’immagine fissa nella mia memoria, quando qualche inverno fa sotto la veranda della casa in campagna mi hai detto: «Non possiamo stare insieme finché tu sarai così buona con me, mi spaventi».
Io invece ho sempre avuto paura della tua insolenza a parlar di certe cose importanti con tranquillità e placidezza. La pelle distesa, gli occhi sorridenti, mentre io dall’altra parte vorrei solo scoppiarti a piangere addosso e prenderti a pugni.
Ma non lo faccio mai.
Davanti al fuoco che scoppietta, alle quattro del mattino, prometto a Lavinia che riuscirò a risolvere pure questi frammenti di vita che mi distruggono e mi distraggono dai momenti veramente felici.
Mi metto a pulire la stanza ormai deserta per tergere metaforicamente pure la mia mente e il mio cuore da tutti voi. Sì, proprio voi. Uno, due, tre, quattro.
Andate tutti a fanculo.