Storie diverse

di Lerio

Il rientro è sempre faticoso, quasi traumatico, soprattutto nelle mezze stagioni. I ritmi e gli automatismi stonano fra loro, le geometrie perdono di significato. Esco dalla stazione metropolitana di primo mattino e il mio sguardo inciampa sulle irregolarità del mondo urbano: gli incroci vuoti, le ringhiere arrugginite. Il marciapiede accoglie ed espone i residui di una vita che non è la mia: bottiglie di vetro spaccate, mozziconi di sigaretta, cestini sfondati, una scarpa spaiata e senza suola, una poltrona di finta pelle marrone, marcita sotto la pioggia. Persino i cartelli stradali sembrano lasciati per sbaglio, saltuari segni di interpunzione fra gli alberi sempre più spogli. Due o tre corpi sono ammucchiati nell’angolo della pensilina alla mia sinistra, felpe e calzoni corti compenetrati in una figura pluriarticolata. I poster riportano i concerti dell’estate finita da un mese, mezzi strappati e usurati dal tempo. Il tabellone elettronico della fermata non funziona. Dall’altro lato, oltre la staccionata, noto qualche arto spuntare dai cespugli, i braccialetti di stoffa dei festival accumulati sui polsi, anelli sulle falangi più esterne, altre scarpe spaiate. Passo oltre, con lo sguardo inchiodato per terra per evitare escrementi, umani e non. Noto una collanina incastonata fra le crepe del marciapiede; rallento, attratto e repulso dall’oggetto, ma le gambe mi portano avanti, inesorabili, e la perdo di vista. Le automobili scassate aspettano da chissà quanto ai lati della strada, le carrozzerie rispecchiano i colori cupi del cielo, le forme strane degli alberi. Le foglie rossastre ricoprono pietosamente una giovane donna riversa nell’aiuola, in attesa di divenire compostabile anch’essa, ma non i vestiti sintetici, gli accessori, il cellulare che stringe ancora fra le dita smaltate. Lo schermo a cristalli liquidi riflette la smorfia sul viso, gli occhi spenti, gli arti contorti in posizioni innaturali. Poco lontano un cagnolino legato a un palo della luce la fissa e le abbaia contro: bau, bau bau, bau bau, bau. Ha un suo ritmo circolare. Dai primi edifici sulla mia destra non sento provenire alcun suono, le finestre chiuse mostrano appartamenti svuotati, silenziosi, morti, i negozi del pianterreno sono chiusi da sempre per sempre. Evito la mia immagine riflessa da vetrine opache, così come evito di pestare cumuli di foglie troppo alti. Lo sguardo mi cade oltre una porticina aperta, giù per una rampa di scale, dove i corpi sono ammucchiati a decine. Nella penombra riconosco solo qualche forma e qualche marca di abbigliamento. Una bicicletta sporge da una parete di mattoni a vista, a due metri da terra, come insegna di quello che fu un negozio di riparazioni. Dall’altro lato della strada mi sembra di scorgere un movimento, ma è solo un piede che sporge dai rami più bassi e dondola al vento, giusto di fronte a un bar vuoto, le sedie rovesciate sui grani di bitume. Il semaforo illumina di diversi colori i volti terrei accumulati ai suoi piedi, gli zaini, gli indumenti più variegati. Nessuno sa cosa indossare nelle mezze stagioni. Quando mi fermo davanti alle porte scorrevoli del mio ufficio il sensore mi riconosce, la lucina rossa lampeggia, i vetri si aprono per lasciarmi passare. Muovo un passo ancora all’interno di un edificio che non mi appartiene, nonostante usi il pronome possessivo. Anzi, forse è il contrario.