W STALIN

Spersa sulle colline senesi, una birra ghiacciata, il bambino cade dall’altalena e piange, il cane abbaia al fotografo ingaggiato per la comunione, Albano e Romina cantano Felicità in sottofondo.

Avrebbe dovuto restare tutto così. L’abbronzatura, il ristorante irreale uscito da un film dei Vanzina, la salsedine sui capelli e il ponticello in mezzo alla campagna con la scritta W STALIN.

Invece, sono al lavoro. L’ultima volta che ero stata in questa mortuaria me la ricordo bene, il 23 marzo 2020. Avevo trovato cadaveri lungo il corridoio del sotterraneo e altri quattro nella sala composizione salme. Avevo dovuto tirare giù tre lenzuoli, prima di trovare il cartellino che mi spettava – perché il più delle volte li lasciano ai polsi, non sugli alluci, come nei film.

Prima di cominciare avevo sistemato le barelle in modo da avere ordine, ma, soprattutto, spazio per muovermi. Ricordo anche il nome della defunta, cosa davvero insolita per me. Al massimo ricordo le vie, perché devo memorizzare dove ho parcheggiato l’auto, ma i nomi propri sono orpelli lussuosi che presuppongono una relazione tra pari. Anche le pose particolari in cui sopraggiunge la morte sono indimenticabili, come le ricostruzioni, ma non le collego mai a un volto o a un nome. Ma di quella salma del 23 marzo ricordo tutto, anche la sua smorfia di terrore. Come se la sua espressione si fosse riflessa nella mia, nonostante la mascherina.

Mi ero trascinata a casa con le braccia pesanti e avevo annunciato che avremmo dovuto prepararci a salutare nonna. In quella rsa, sotto, c’erano troppi cadaveri, nonna non poteva resistere. Una settimana dopo, ci lasciava con un pesce d’aprile. In quei sette giorni vestizioni e tanato cosmesi erano state sospese, decessi positivi al covid19 e sospetti andavano avvolti in un lenzuolo, cosparsi di disinfettante e messi nel sacco. Tempo di osservazione ridotto, ossia meno delle canoniche ventiquattr’ore, perché la cassa andava chiusa il prima possibile. Nessuno l’ha vista, nessuno l’ha salutata, ma lei se n’è andata.

Sono tornata nella stessa rsa e sembra tutto come prima, se non fosse che attualmente le mortuarie milanesi risplendono, mai viste così pulite. Normalmente per terra ci si potevano trovare fiori secchi dei precedenti servizi, capelli, liquami misti non identificati, pseudomonas e pneumococco a braccetto. Ma adesso non più, ci sono anche i fogli appesi alla porta con indicate le date e gli orari in cui la sala è stata pulita.

Alla reception mi fanno un cenno, mi provano la febbre e mi regalano una fpp2 confezionata, “Magari dopo la vuoi cambiare” riferendosi alla mia. Forse si nota che è un po’ malconcia e che la uso più volte; tra un lavoro e l’altro l’appendo al sole sperando che serva. Le fpp2 costano. 

La sala è la stessa, stesse luci, stesse barelle, il cartellino dice che questa è la mia salma. È in buono stato, anche se è piena di liquidi nella gamba destra e la pelle è delicata, ci sono punti in cui potrebbe cedere tra qualche ora. Meglio aspirare, massaggiare delicatamente, aspirare ancora, disinfettare e poi avvolgere con garze e bende. Mi hanno detto che nessuno verrà a vederla, dunque, non si spiegano come si possa sprecare tempo e materiale su un morto invisibile, ma io me la prendo comoda e faccio tutto come al solito, seguo il mio codice. 

Di questa donna conosco solo il cognome e le sue ultime volontà, che mi ha inoltrato l’avvocato. Ha esplicitamente richiesto di indossare il suo vestito preferito, una specifica non comune. 

Ho spostato la barella nella saletta uno, spingendo la testata sotto il crocifisso, ho chiuso la porta e poi ho controllato che le altre sale fossero vuote, così come vuole l’ordine naturale delle cose. 

Una volta fuori ho buttato la mascherina.