Fantastico! #51

Nomi. Cose. Città.

Benvenuti al cinquantunesimo appuntamento di Fantastico!

Io sono bebo e in queste settimane di quarantena mi rompo i coglioni proprio come voi:

- Ha sgomitato appena arrivata portando un po’ più in alto questa newsletter e oggi è il suo turno di aprire l’invio settimanale. Lole Khéops grigia, prevede la tempesta in arrivo.

- Fantastico Lerio questa settimana in una Berlino che ancora non sa come muoversi verso un orizzonte più confuso che mai. Perché chi volge lo sguardo al cielo può sembrare un mistico, ma è sicuramente qualcuno che sa guardare aldilà del proprio naso.

- Quello di Sturoimarco è un altro periodo complicato, da italiano all’estero. Non so se il suo passato venga riletto in un rimbalzo di difficoltà che portano a cercare spiegazioni e motivazioni nuove, di certo quel che ne viene fuori è una mattanza sessuale sulla propria crescita.

- Johnny Shock rientra in un filone di realismo capitalista da quarantena, mettendosi sul fronte di chi questo periodo fatica ad accettarlo con positività. Dal lato dei fragili, sempre.

- È un mondo sempre più adulto in cui si sbaglia da professionisti, quello che Sara P. va costruendo passo dopo passo. Il timore sta nel dubbio: così in profondità fa male.

- Ci si arrabatta come meglio si può nel dialogare dei dolori: quelli propri e pregressi, quelli di oggi, quelli previsti in un domani che non ha una scadenza precisa, di quando ricominceranno le trasmissioni, in un canale umano chiamato Shadia.

- Purtroppo per Ame sono io a dare i titoli alle sue raccolte di versi. Questa settimana c’è la figura del capo coro nell’antica grecia, colui che guida ma anche il capo di un movimento, in questo caso quello di un cuore che s’affretta nel cercare le parole giuste, ne trova centinaia e nessuna che somigli ad una risposta.

- Anne F. è una talentuosa del portare a spasso il lettore mentre lentamente fa salire la lama nelle interiora. Piccola nota di garbo e stranezza: spiegherà anche il come mai.

- Si finisce spesso a ripensarsi, specie durante le solitudini imposte e immeritate. E così Valentina F. cade nei suoi stessi tranelli, fregandosi e cercando di fregare quello che torna su.

- Termina questo numero il buon Filippo, in una galoppata immaginifica tra ragni e ragnatele, orgasmi infedeli e fedeltà di culo.

Non c’è bisogno di aggiungere molto altro.

Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d’estate o d’autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare - ti prometto - gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all’amore. Ma io ti avrò vicina.
E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo.
Ma tu - adesso ci penso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.

— Dino Buzzati, Inviti superflui

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Non diventeremo degli influencer, potete giurarci.

Nel frattempo: ehi, buon lunedì sera!


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